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Brani scelti
Da Il fosso. La serva Colomba e il marito
Titta contadino, analfabeti, strappano la vita coi denti. Riattata una
casetta ai margini del paese, cercano di farsi anche un orto.
Per lungo tempo, sbrigate le faccende e preparato il cibo, non potendo
più raggiungere Titta, la Colomba s’affacciò alla
finestruola e stette per mezze giornate a rimirare il fosso. Così
le donne chiamavano quel che Titta chiamava orto. Era in realtà
un appezzamento di terreno rimasto all’oscuro dietro il mucchio
delle casipole più povere, lassù in cima al paese. L’unico
lato libero, a ponente, era chiuso da una muriccia sormontata da rovo
e vitalba infrascati insieme. Di tanto in tanto s’aprivano quei
buchi di finestre sul retro delle case e veniva vuotato nel fosso un orinale
o vi piovevano manciate d’immondizia. Ve n’era un cumulo entro
cui il sambuco, scerpato dalla ragazzaglia, corroso, nero come di grumi,
continuava a verzicare in primavera e ad aprire le ombrellucce bianche
dei fiori, impregnando attorno l’aria d’un odor sapido di
malattia. I ragazzi che, superando d’un salto la muriccia sgretolata,
andavano ad accoccolarvisi per fare i loro bisogni, finirono per mettersi
soggezione di quella donnina che restava affacciata senza dir nulla finché
si nettavano con una foglia del sambuco e si tiravano su le brache. Quando
le vicine la videro star sotto l’albero, si peritarono, se non di
gettar le immondizie, almeno di vuotare gli orinali, pur borbottando.
Infine, zitta zitta, la Monachicchia [nomignolo di Colomba] rimosse
quel letamaio, trasportò scavò rivoltò, e un giorno
ebbe ripulito il fosso. Le vecchie si ricordarono che la madre di Titta,
lei pure, aveva voluto piantarci qualcosa. Neanche di sole ce n’è
per tutti a questo mondo, ben si sa: ma certa gente non vuole accorgersi
che il sole non l’arriva.
Da Il fosso. Colomba (quattordici gravidanze, due
soli figli vivi) entra in rapporti col Governo.
In quell’epoca Colomba aveva già scoperto il Governo. Non
che sapesse con precisione che sia, questo Governo, ma certo se ne può
cavare qualcosa: una specie di Padreterno in terra, più in obbligo
di quello celeste a soccorrerti, perché è tutto qui ciò
che può dare, a questo mondo. (E inoltre sai meglio come regolarti
per non peccargli contro, ingraziartelo). Il ricovero della figlia era
stato a spese del Governo; dottore e medicine pagava sempre il Governo,
mandava quattrini per ogni figlio — anche se poi muore — e
scarpe ai vivi, sussidi, tutto quanto puoi spremerne se hai tempo da picchiare
alle sue porte. Tempo ne ebbe, la Colomba, e imparò a picchiare
a una infinità di porte: restava per ore in attesa entro belle
sale, penetrava in uffici lussuosamente parati, saliva e scendeva scale
di marmo, aveva imparato a presentarsi a signori e signore che l’accoglievano
bene come lei diceva: «Una madre di quattordici figli». Il
numero faceva impressionare, poi che fossero vivi o morti contava meno,
si persuase che essi dovessero per forza aiutarla, essendo servi di quel
Governo — vuol figli, molti figli — il quale c’è
ma non si vede come il Signore Iddio.
Da Il mostro (ne Il fosso). Zia Berenice in imbarazzo
davanti alla esplosione puberale del nipote. Il ragazzo umano è
una scimmia, pensò a un tratto disgustata anche dei ragazzi (…)
Quando il ragazzo lasciava finalmente il suo tavolo destreggiandosi per
andarsene nel poco spazio lasciato dalle donne, come le passava innanzi,
Paola soleva trarselo sulle ginocchia secondo un’antica abitudine.
Egli vi si abbandonava un po’ goffamente nella sua nuova mole, ma
d’una goffaggine solo esteriore, poiché continuava a ricevere
tranquillamente le effusioni d’un tempo, senza le irascibili repulse
di quell’età, tanto incresciose e dure alle madri. Un ragazzo
molle placido e curiosamente imperturbabile. Restava fermo in quel grembo
impicciolito, più grosso del vero, con le bianche cosce pelose
di spessore e forma femminili, un po’ divaricate; avendo solo con
mossa già abile badato a pararsi l’inguine d’un lembo
della giacca. Berenice era sugli spini finché la sorella, sbaciucchiatolo
un poco, non lo lasciasse andare in cucina e di lì s’udiva
qualche scoppio della sua voce immatura (talvolta stridula, femminea,
talaltra improvvisamente rauca virile, sì da dar l’impressione
d’una persona sconosciuta in casa) e le rimostranze scherzose della
paziente serva.
Da Palma e sorelle. Dopo aver consumato
l’esistenza all’idolatrico servizio del padre e di un figlio
maschio, in punto di morte Palmina fa giurare alla figlia femmina che
non cadrà nello stesso errore di lei: giammai si faccia schiava
degli uomini di casa.
Appena presa l’ostia, Palma fa cenno che escano, vuole solo i figli,
forse dir loro le ultime volontà. Il giovinotto, grasso e pallido,
sta ritto là di fianco a braccia pendenti. Ma la madre fa cenno
anche a lui d’andarsene, con una mano indebolita pare che lo scacci.
Rimane la figlia dritta a occhi bassi, un po’ tesa e scostante,
perché sa che ora le verranno commessi tutt’e due, tutt’e
due sulle braccia, quell’enorme peso addosso a lei. Invece Palma
neppure più si ricorda del padre di là affossato nella poltrona,
né si ricorda del Mimmo dietro l’uscio (…). Già
ieri (…) ha capito tutto. Ha capito di essere stata ripresa alle
monache, e data a Iusè che certo avrebbe fruttato, e messa là
come serva, e che sua madre allo stesso modo fu presa, e lasciata quando
non serviva più per quella scandalosa vedova e cento altre. E ha
capito benissimo che mai il figlio raggiungerà la laurea, tornerà
un giorno anche lui a casa, a fare a casa il grand’uomo.
«Ninè», dice dolcemente alla ragazza che s’inginocchia
per udirla, «Ninè, tu fatti monaca».
Non s’accorge degli occhi sgranati, aspetta la risposta e la vede,
vede lei col capo far di sì e più volte.
«Fatti monaca, Ninè. Giuralo».
Essa certo ha giurato — ignora di non averlo potuto dire —
sebbene non giunga più alcun suono alle orecchie.
(…) Che Palma si fosse scordata suo padre e avesse allontanato dal
proprio letto di morte quel figlio, parve alle donne terribile. Anche
al ragazzo dové fare impressione — benché non cavasse
una lacrima — dato che la notte si mise a urlare nel sonno e, alzatosi,
irruppe nel mezzo della veglia funebre stravolto come avesse visto gli
spettri.
Da Monaca di casa (in Palma e sorelle).
Clemenza, bimba povera mandata al servizio di due ricchissime prozie che
sono affette da mania religiosa, vestita da piccola suora crescerà
tra cupe frustrazioni; diverrà infine la caparbia regina del palazzo.
(…) L’anno che compì i quindici era diventata una grossa
ragazza, così voluminosa da dimostrare — a non guardarla
in faccia — quarant’anni: petto e ventre tutt’una massa
sotto quel nero, schiena tonda, certi fianchi, certe natiche. E tarda
nel muoversi, intorpidita dal proprio peso. Bella la faccia, un po’
inespressiva in quell’attonimento pingue, come in genere hanno le
grasse; sbianchita di carni al chiuso, morbide le fattezze e figuranti
più piccole del vero: un nasino — che però già
s’andava arcuando — una boccuccia, in quella polpa di guance
e mento già un poco sdoppiato e con le collane dell’adipe.
L’occhio nell’alone nero, l’occhio pinto col sugo di
gelsi, languoroso e di velatura opaca se l’apriva del tutto: raramente,
ché sempre lo teneva semichiuso, calata la palpebra greve, e una
lentezza di sguardo.
Peraltro s’aspettava ancora che le si aprisse la sorgente. Era Pasqua
a preoccuparsene, mai le dame consentendo neppure a farne cenno. L’ha
soffocata il grasso, pensò qualche volta la serva, poiché
da queste parti la fioritura femminile è precoce. Essa ne risentiva,
per la casa e per sé, come una menomazione. Clemenza non pensava
nulla, fu un periodo d’intontimento. Certe volte all’improvviso
avvampava facendosi in faccia come una peonia. Ha i fiarori, dice Pascuccia
guardandola.
Da L’imputata. Anna, vedova, affittacamere,
s’è fatta amante di un inquilino. Tenta di convincersi che
il proprio figlio, l’adolescente Gianni, non stia progettando di
ucciderlo: invece accadrà.
Anna notò che il ragazzo appena levato da tavola spariva. Era sicura
che in quelle ore calde dormiva nella legnaia sui sacchi. Bisogna lasciarlo
fare a suo modo. Essa rigovernava tra un ronzio di mosche, intontita,
e si buttava sul letto dormendo senza sogni. Tutta la mattina era sonnolenta,
le capitava di dimenticare la colazione del figlio. Lui non cercava nulla,
ma poi tornava a girare la chiave. A tavola se gli si parla non risponde;
si parla di lui e volta il capo da un’altra parte. Potrebbe essere
più gentile, nessuno gli ha fatto niente. Mangiando, Anna aveva
paura. Pensa: ce l’ha con me, poi si ricorda di avergli portato
la colazione e il cambio di biancheria. E’ l’età ingrata.
Certe volte s’aggirava per il corridoio, domandandosi che potesse
fare tanto tempo dietro quell’uscio chiuso. Le era parso di sentire
come dei gemiti.
Finché trovò accostato e spiò. Da principio non riusciva
a capire: era buttato in mezzo al pavimento, carponi, e si agitava mugolando;
temette che si sentisse male. Invece giocava. Attorno ad alcuni bottoni
disposti sulle mattonelle, facendo scattare il medio contro il pollice,
attentissimo, colpiva secco e preciso e subito si girava con uno struscio
delle ginocchia. Dio mio, gioca ancora a bottoni. Anna s’allontanò
in punta di piedi, ridendo con la bocca nelle mani.
[Il giorno seguente]. (…) Il ragazzo si buttò in
terra per frugare sotto il letto, neanche lì la scopa di Anna arrivava
mai. C’erano, il terzino e il centrattacco rotolati ieri. Con la
lanetta al naso, le mattonelle ingrandite davanti agli occhi, tenne in
mano i bottoni. Un triangolo di sole passava tra i piedi del letto. Credette
di stare sullo spiazzo, tra i giocatori di pallone, le corse, i gridi,
mentre si buttava all’attacco coi suoi bottoni nell’odore
caldo della polvere.
Quando ebbe vinto, raccolse il coltello che gli era caduto dalla tasca
e lo aprì. Si domandava sempre se fosse una lama proibita. Rovesciandosi
in terra supino, poteva ritrovare per le costole dove si sente il cuore,
dopo il gioco del calcio batte forte. Ci puntò la lama. Sopra,
la rete metallica allentata in mezzo aveva la forma di un corpo. Lui ci
vedeva l’altro, quell’altro grande, ricoperto dalla maglia
di ferro. Sicuro e fulmineo conficcò il coltello un po’ a
sinistra, nel buco già allargato della rete.
Da L’adultera. Linda parte per il suo ultimo
tradimento. Il marito, del tutto ignaro, l’ha persino accompagnata
alla stazione. Lei, dal finestrino del treno, lo osserva.
Sulla banchina figurava distinto, sagomato e snello come da studente.
Si ricordò la sua testa sottile coi leggeri ricci biondi, nel banco
del liceo, sempre rivolta a lei (in seguito aveva detto che gli sembrava
una dea romana); il collo lungo con l’orecchio rosa piegato sulla
punta candida di una camicia alla Robespierre. Teneva il polso scarno
fuori dalla manica e la mano sotto il mento delicato, una mano ossuta
livida di cattiva circolazione nervosa come le collegiali delle monache.
Il suo tipo piaceva alle collegiali, la professoressa d’italiano
lo chiamava Shelley.
Ora, su un marciapiede della stazione, fra la gente, più che invecchiato
lo scoprì un po’ avvilito. Si ritrovavano, a quarant’anni,
sposati, un impiegatuccio e una quasi commessa viaggiatrice. Meno male
che ha la bambina, ne fu contenta. Le femmine da piccole sono del padre,
essa avrebbe avuto tutto il tempo di occuparsene dopo.
Il treno stava muovendosi, sporse un braccio, Antonio afferrò la
mano con entrambe le sue. Erano umide e fredde, sempre emozionato alle
partenze. Sorrideva. Il sorriso che l’aveva colpita quando si erano
rivisti dopo sei anni di prigionia, lo stesso in una stazione ma bombardata,
e lei era rimasta a fissargli quel labbro superiore attaccato ai denti
che sembrava immobile come per una paresi. Aveva continuato a domandarsi
se la bocca di Antonio fosse stata così da prima, senza mai riuscire
a stabilirlo, anche adesso se lo domandava incuriosita.
Ritirò la mano e in quell’attimo la colse un senso d’angoscia,
associato irragionevolmente al cucinino di casa. Egli diceva qualche cosa
con le labbra arrotondate ma senza suono tra gli sbattiti e il fischio
della locomotiva, credette di leggervi.
«Il gas», gridò.
Da Vietato ai minori. Taccuino d’una
udienza di tribunale.
Molti ragazzini, l’imputato vi si confonde per la sua piccola taglia.
Nessuno è stato e sono stati tutti. Che ti fecero? Il bimbo: E’
‘na mala parola, non se pò dice. Ma la trova pulita per i
signori: le sporcarie. Dopo lo denudarono e lo misero nel “vaschione”
per lavarlo. Due, uno ce l’aveva più grosso fece male. Congiunzione
carnale non capisce che significa. Nel portone, dietro il muro, “cossù”
[l’imputato] c’era. Non si ricorda se guardava o faceva, ma
c’era. Alza il dito per chiedere il permesso di parlare. Gli dicevano:
dammi un po’ di culo.
Il bimbo è figlio di vecchi. E hanno l’aria di pazzerelli.
La madre porta scarponi da uomo con calzini corti, il soprabito ricavato
da una coperta grigia militare su un vestino “americano” di
seta cincischiata cosparso di aeree ballerine. Dementi, li chiama il padre
dell’imputato. Questo figlio unico che ho, dice, me lo vogliono
rovinare. Lui guardava solamente.
Da Città del tabacco. Immediato
dopoguerra: Staniscia, giovane zingara, si è messa al servizio
d’una coppia di anziani, ma solo per portare a compimento, in luogo
protetto, una gravidanza della quale nessuno si accorge.
Il vagito lo udirono trasalendo insieme, ma senza cercarsi la mano, era
stato in sogno. Quando al mattino trovò in cucina la donna coricata
su un fianco, suppose che stesse male, poi le vide addosso quel bisciolino
nero. Aveva fatto un figlio. Intorno nessuna traccia, come le gatte che
ripuliscono leccando (…). La Staniscia s’era levati i panni
e, magra in un bustino rosso, allattava cavando la lunga mammella caprigna.
Essa girava come a difesa l’occhio selvatico e col suo seno pendulo
restava a guardare fuori la gramigna verde sul muro. Finché un
giorno, sollevate le gonne, s’alzò e se ne andò, col
suo bisciolino nell’apertura della sacca. Era rimasto in terra all’angolo
un tritume di tabacco. Imboccato l’arco del Grifo, la zingara liberò
i piedi dalle ciabatte scagliandole via, e col passo lungo di randagia
premé i selci mostrando la pianta di pelle nuova, rosa.
Da Il bambino di pietra. Su consiglio dello psicanalista
Sandra, per terapia, sta scrivendo le sue memorie.
Devo decidermi ad affrontare quello che ho tentato di eludere anche qui.
I rapporti con mio marito. Non si scoraggiò tanto presto. Era troppo
virile per dubitare di condurmi alla partecipazione, e ne conosceva l’arte,
ovvero i segreti. La sua idea: che il solo sentimento in amore fosse un
surrogato, detestava l’insipido ti voglio bene. Il sentimento era
lui a mettercelo. La mia ignoranza pratica, i miei irti pudori, la mia
presunta illibatezza, lo eccitavano. Ma con riguardo. Fu molto paziente
e durò abbastanza a lungo nei suoi entusiasmi amatori. Anche troppo
a lungo, data l’età.
Non che intendessi fare resistenza, giacché l’avevo accettato
sposandolo. Erano i muscoli a contrarsi. Rilàssati. Lasciati andare.
Non potevo, incapace di assecondare i suoi movimenti. Non sapevo. Vergogna
anche della propria ignoranza. E come si fa a inarcarsi con un corpo addosso,
inchiodata alle reni, come ci si può muovere per concordarsi. Mi
senti? Con le orecchie sì lo sentivo. Abbracciami. Allacciati.
Tira su le gambe. Mettile sopra, così. Suggerimenti sussurrati.
L’ho capito ma non l’ho fatto, non lo sapevo fare, non l’ho
voluto. Inerte. E capace di adontarmi: come osa introdursi. Perfino umiliata.
Disgustata. Questa faccenda che funziona solo a livello di pura animalità.
E volevo guardarlo. Riconoscere la stessa faccia di tutti. Occhi rovesciati,
mascella cascante, fisionomia abbandonata lunga cavallina, assenza, convulsione.
E la fatica da aratore in semina, come avevo immaginato nell’infanzia,
con una sorta d’ilarità quasi indulgendo. Ma scansavo la
faccia da quell’operaio in sudore, anelante. Quando mi si abbatteva
tra spalla e collo, ancora aggrappato, serravo gli occhi. Si deve risollevare
e sfilarsi. Consideravo con sollievo e superiorità: l’azione
il piacere la vergogna, spetta tutta all’uomo. Dopo non riuscivo
a dormire, nemmeno lui si addormentava subito, come se rimanesse ansioso.
Da Le droghe. Giulia si sente veramente madre( e
sorella) soltanto d’un figliastro. Al suo parto naturale arriva
con angoscia.
Allora è vero che sentono lo strappo dalla madre, la separazione,
l’abbandono. Il rifiuto. Lo strillo della nascita, che tutti intorno
aspettano e accolgono con stupida soddisfazione, è invece un grido
di dolore. Si viene al mondo terrorizzati. Tirati via con le mani, col
ferro, fuori dal bagno caldo buio sicuro, scagliati in un gelo ustionante.
La bruciatura improvvisa dell’ossigeno nei polmoni. E subito il
taglio nel vivo. Afferrati per i piedi, a testa in giù, spenzolati,
schiaffeggiati, l’accoglienza crudele. Gelida dura la bilancia,
un duro piano di tavolo, ruvidi panni graffianti.
Descrizioni terrifiche, ma per suggerire un diverso trattamento. Ero decisa
a intervenire se in clinica si fossero comportati in quel modo. Ormai
sapevo che il bambino, appena espulso, non dev’essere portato via
con la maledetta furia, ma appoggiato sul nudo ventre materno che si è
fatto cavo per accoglierlo ancora in atteggiamento fetale. Bisogna lasciarlo
respirare attraverso la madre, finché il cordone ombelicale cessa
di pulsare, tre minuti, e solo allora si taglia. Avrei guidato io medici
e infermiere: tre minuti. Lo avrei preteso, caso mai fossero della vecchia
scuola. Non infliggetegli il taglio crudo, la prima ferita della vita,
non gettatelo all’improvviso nella luce infuocante, nei rumori assordanti,
con la spina dorsale schiacciata dal peso insostenibile dell’aria.
Pensavo: come gli astronauti ridiscesi dalla luna all’impatto con
la pressione atmosferica. Un esserino scorticato che arriva da cieli inesplorati
su un pianeta inclemente.
Ci andai, piena di ignaro coraggio e inerme determinazione. Tutto avvenne
come era sempre avvenuto.e assistei impotente allo strappo e al grido.
Esausta dal lungo strazio e e alla fine incosciente. Con una sola sensazione
corporale: sclavicolata. Ero fuori, mi vedevo da fuori: una donna tutta
sclavicolata come nelle antiche immagini delle torture.
Da La rappresaglia. L’”io
narrante” racconta: prima di cader fucilata in quell’eremo
di montagna, la partigiana Rossa spreme latte dal proprio seno per lasciarlo
alla bambina appena messa al mondo. Dell’allattamento si occupa
un prete.
Con calma andò a prendere la bimba in convulso e, seduto nella
mangiatoia, se la sistemò in grembo, buttando a terra pezze bianche
bagnate di orina. Si era del tutto aperto il panno e sotto apparve vestita,
qualcosa come un abituccio da bambola povera. L’avevo sempre pensata
nuda nell’involucro come la prima volta. E l’ha persino vestita,
ma guarda. Al mondo si nasce e poi comunque si trova da coprirsi e il
cibo viene, e viene la vita e si va nella vita. Una sbalorditiva semplicità.
Ero incantato.
La bimba si agitava nel grembo in un piccolo tumulto. Lui schioccò
le dita sul musino spaccato e raggrinzito dal pianto. Un pianto a pieni
polmoni, rabbioso. Vuole cibo. L’avrà. Il prete non era turbato
né imbarazzato, anzi sicuro e allegro. Rideva. Mi venne un pensiero
scandaloso e innocente (ebbene, come la natura): che avesse due uberi
di mucca sotto la tonaca e si mettesse ad allattarla. A un cenno, gli
porsi la borraccetta stiepidita. Avevo caldo alla testa e dentro una sorta
di entusiasmo.
Stetti a guardarlo attorcigliare a stoppaccetto la pezzuola zuccherosa,
infilarla nel collo della borraccia e, inclinando con ferma attenzione,
a gocciolare nell’avido orificio rosa. Si tende a ricevere, aspira
e deglutisce, sa già tutto quello che si deve fare, lo sa da sé.
Abbocca e succhia. Mette perfino in guardia la linguina se ne cola troppo.
E si nutre col latte di sua madre, poppa come al seno materno. All’alba,
seduta sulla seggetta, mentre Annaloro le teneva la ciotola, la Rossa
s’era munta strizzando un capezzolo scuro con le grosse dita. Il
latte sprizza proprio come sangue e ha la stessa consistenza del sangue.
Asciugò il collo e il mento della bimba con un angolo di fazzoletto.
Tornò a sgocciolare. Meno avida, la boccuccia ormai gorgogliava
di ripienezza. E stettero inerti, appagati entrambi, assopendosi come
mendicanti al sole. |
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